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Gianni Siviero lp mai pubblicato Omaggio a Gianni Siviero Gianni Siviero e il Club Tenco Club Tenco Arte e Mestiere

GIANNI SIVIERO

TESTI E APPUNTI MUSICALI DI UN SUO ALBUM MAI PUBBLICATO

Ringrazio Gianni Siviero per avermi inviato  i testi e i suoi appunti musicali di questo album inedito, da lui scritto tra il 1979 e i 1980, consentendomi di riportarli nelle mie pagine. Leggendo le parole di queste canzoni,  avvolgenti di poesia e sincerità espressiva, che nessun discografico si è preso la briga di pubblicare, viene da chiedersi se davvero mille altri album di diversi cantautori, invece pubblicati,  in quel periodo storico, valessero qualcosa di più....

La risposta è no, sicuramente no.  Tra i tanti delitti della discografia italiana, aggiungiamoci pure questo: aver finito con l'ignorare un grande e sincero Artista della Canzone d'Autore, il cui nome è Gianni Siviero.

www.giannisiviero.it

Tra compagni (1980)

Stasera stiamo in casa

chiacchieriamo

chi sul divano

chi sdraiato in terra

è calda la moquette

la grappa è buona

l’ultimo disco giusto

gira piano

 

sale pigro al soffitto

il fumo denso

qualche colpo di tosse

una risata

un poco di caffè

poi giù altra grappa

le voci si accavallano

alle note

 

crescono i toni

i gesti le parole

si intrecciano

agli anelli blu del fumo

vacanze in Grecia

fame terzo mondo

Palestina San Remo

Bertolucci

 

la crisi c’è non c’è

sia cosa sia

certo di noi

nessuno l’ha voluta

ma è lì dietro la porta

che ci spia

c’è tempo per un’altra

sigaretta

 

cambiare questo o quello

è poi sicuro

che si voglia cambiare

qualche cosa?

e poi non si sa più

che cosa fare

manca un riferimento

una proposta

 

altro giro di grappa

un altro disco

è bello esser d’accordo

tra di noi

sulla vita avvilente

e sui perché

ai quali non cerchiamo

più risposta.

 

Sol/mi-/sol/mi-/mi- do/do re/do dim/sol re

 

Blues dell’abitudine(1980)

Mi son svegliato male stamattina

e come ho messo i piedi giù dal letto

ho trovato una donna che girava

per la casa cercando un rubinetto

 

ha come un non so che di famigliare

qualcosa come dire di già visto

mentre sto masticando il dentifricio

mi ricordo: è mia moglie Carla, Cristo

 

a metà scala son già mezzo sveglio

e sul portone ho un occhio tutto aperto

al quarto tentativo è la mia auto

guido come se fossi in un deserto

 

sono arrivato e non so che strada ho fatto

prendo il caffè e saluto buona sera

salgo nell’ascensore e mentre schiaccio

faccio un sorriso idiota alla portiera

 

al terzo piano ho aperto l’altro occhio

scendo e ritorno a piedi giù al secondo

l’ufficio è chiuso nessun collega in vista

è sabato e ho toccato proprio il fondo

 

mi/mi7/la /mi/si7 bottoni/la bottoni/sol/si7/mi

 

L’inutile soldato (1980)

 

lottò tutta la vita

l’inutile soldato

chi fosse il suo nemico

non se lo domandò

 

e l’uomo si fermò

e si provò a cantare

ma un rauco bestemmiare

dalle labbra gli uscì

 

volle provare a correre

ma trascinava i piedi

senza un inseguitore

non ci riusciva più

 

e l’uomo si fermò

e si guardò le mani

cosa volesse fare

più non si ricordò

 

cercò di ricordare

ma troppo troppo indietro

qualcosa di diverso

dall’oggi gli sembrò

 

pensò domani e ieri

s’immaginò tra un anno

e fredda la paura

di colpo lo abbracciò

 

restò a guardarsi attorno

sul campo di battaglia

l’inutile soldato

bottino non trovò

 

e l’uomo vide un bimbo

pisciare contro un’auto

ma era ormai troppo tardi

purtroppo non capì

 re  sol  <dim  re  sol  <dim  re  re  >dim <dim  re  >dim  <dim re  la

 

Milano (1979)

Per questo incubo tetro

che piega uomini e cose

per questa frenesia

di passi sull’asfalto

le vetrine offensive

la povertà nascosta

quasi fosse vergogna

pigrizia o falsità

e per quest’aria greve

che mi graffia i polmoni

per le auto che assalgono

le aiuole e i marciapiedi

per i bimbi costretti

in giochi disumani

per i cani che aspettano

il verde per passare

 

per i vecchi che ti amano

perché non sanno altro

per i vecchi immigrati

che ti credono New York

e per i loro figli

tra il pianto e la violenza

e per i figli miei

che nascer non farò

e il mito delle fabbriche

e dei colletti bianchi

per il sugo di sporco

che sudan le tue pietre

impasto di fatica e di credulità

monumento imbecille

all’inutilità

 

per quel sole che a volte

arroventa il selciato

spara le ombre per terra

a noi che non le abbiamo

ci incolla alle camicie

ci fa credere che

questo tirare avanti

sia tutto quel che c’è

è più onesta la nebbia

che aggiunge grigio al grigio

la pioggia che ci impasta

alle foglie marcite

quel qualcosa che abbraccia

noi stessi alla città

e confonde la nostra

alla sua mediocrità

 la-/mi/la-mi/la-/la7/re-/si7/la/mi/la/mi/mi7/la/la7/re/si7/la/mi/la-

 

Il Lambro (1981)

 

Dalla montagna e in mezzo alle colline

poi per la piana al quieto sole opaco

stretto impetuoso largo pigramente

il fiume andava a Corte Sant’Andrea

 

passando nella vita della gente

tagliava in due i paesi sotto i ponti

correva il greto levigando i sassi

e riempiva le vasche ai fontanili

 

ricopriva di muschio i tronchi scuri

e muoveva i mulini come un tempo

e passava con forza nelle chiuse

tranquillo si stendeva nelle anse

 

tra radici di salice e di pioppo

la carpa e il luccio e sopra tra le foglie

uccelli e a pelo d’acqua le libellule

blu come è blu la piuma del pavone

 

le cascine arrivavano alla riva

con l’aia e i muri con il segno scuro

di piene a primavera e gli animali

bevevano e dentro l’acqua noi come le trote

 

come sembra lontano ed è vicino

non son poi molti gli anni da quei giorni

e ancora viene giù dal monte a valle

ma è diventato il simbolo di un tempo 

 

corre come un presagio e con sé porta

le scorie di una stupida ricchezza

come una melma spessa che ci copre

che offende l’aria e uccide chi si accosta

 

sulle rive dai rami pende inerte

la plastica che avvolge il nostro cuore

e quel liquido scuro e serpeggiante

è come il sangue di un malato a morte

 

come vena in un corpo che marcisce

diffonde intorno il male il vecchio fiume

spande la sua cancrena sulla pelle

di un mondo che ha voluto la sua sorte

fa-diesis/do-/fa-diesis/do-/do/fa/do /fa/mi/la-/mi/la-/sol/do/sol/

do/do7/fa/do7/fa/mi/mi7/la/mi/mi7/la/la7/fa-diesis

Beato lui (1979) 

Senza contorno di lamenti

e senza un rantolo d’accusa

senza olio santo né preghiere

prese la notte e se ne andò

lasciò nel parco quel che aveva

la sua panchina di ogni sera

qualche giornale i suoi due cani

e l’immancabile paltò

 

la luce si affacciava appena

dentro la nebbia del mattino

sopra le foglie calpestate

contro l’insegna del metrò

e noi che andando per la vita

passiamo accanto alla panchina

ridiamo come a una festa

beato lui lui sì che può

 

beato lui beato lui

che non si sveglia stamattina

un po’ di pena e compassione

che vanno giù come un caffè

ci fa sentire meno soli

uno che è solo per davvero

contro il suo inutile abbandono

ecco la nostra dignità

 

beato lui beato lui

come se fosse sempre scelta

aver la casa in un sacchetto

arrotolarsi nei giornali

addormentarsi sotto un ponte

fare la corte a una minestra

aver due cani per amici

crepare soli come cani 

giro di Do + 3 bottoni + mi- la-

 

La storia del pane e del soldo (1980)

In questo o quel paese

non ha importanza quale

c’era una volta un vecchio

che faceva il fornaio ed era un buon fornaio

 

un giorno oppure un altro

non ha importanza quale

il ricco del paese

si mise a fare il pane ma lo faceva male 

 

per questo o quel motivo

ed è importante quale

il pane di quel vecchio

era sempre migliore il suo sempre più gramo

 

dipenderà dall’acqua

forse dalla farina

si arrovellava il ricco

e decise di andare dal vecchio e contrattare

 

buondì gli disse il vecchio

ma il mio non è un segreto

dammi soltanto un soldo

perché il pane è anche un soldo e io ti spiegherò

 

poi l’intascò e disse

si tratta di capire

perché vuoi fare il pane

-perché voglio guadagnare-, -e a me invece piace il pane-

 

certo non è importante

scoprirne la ragione

ma i ricchi non son geni

e fece confusione sul discorso del vecchio

 

un soldo o tanti soldi

non è importante quanti

e fece un manifesto

-ogni mille pagnotte una con dentro un soldo-

 

in questo o quel paese

non ha importanza quale

chiude bottega il vecchio

il ricco vende il pane

 

la gente cerca il soldo

 re-/do/re-/do/re-/sol-/re-/sol-/re-/do/la-/re-

 

Mille e non più mille (1980)

 

Il Mille e non più mille è già scoccato

le fandonie dei preti dimenticate

chi predicava bene fu sbranato

mangiato vivo in una qualche festa

o forse festival

non c’è memoria

in questo tempo senza calendario

tutto ciò che non è sopravvivenza

non entra nel discorso

non ha fiato

 

crollano i cornicioni sulla testa

di corpi ai quali non si può far male

chi qualche traccia di grasso ha conservato

da solo si nasconde e si consuma

mentre sotto un groviglio di stendardi

abbandonati al vento di una sera

senza stagione

si trascina lento

il passo di chi resta

l’accattone

 

gira smarrito con il braccio teso

ricoperto di stracci di Fiorucci

e incontra solo braccia nude e smunte

coperte dai brandelli delle tute

carità pane amore chi sapeva

di queste cose chiede con tristezza

chi non sapeva urla

con rancore

ma tra accattoni manca

la risposta

 

e con il buio si rintana lento

dentro le auto morte lungo i viali

dentro i tram radicati alle rotaie

dietro le insegna spente dei locali

nei cimiteri senza più ragione

chi si è fatto la cuccia negli altari

chi si è nascosto

dietro le prigioni

l’esercito dei vivi

gli accattoni

do s/fa s/do s/fa s/mi-/mi7/la-/sol/sol s/do s/fa s/sol/dim > la/

do s/sol s/do s/sol s

 

Un pigiamino viola (1978)

 

Mi voglion puro e povero

arrabbiato e coerente

non gliene frega niente

se non sono importante

d’altronde non potrebbe

esser diversamente

un puro e coerente

non diventa importante

 

meglio se nel frattempo

rischio o faccio la fame

mi possono aiutare

consolare ascoltare

sono un essere strano

sconosciuto e ignorato

che solamente loro

hanno capito e amato

 

ai più che nella massa

annaspano vivendo

le cose che io dico

suono come la noia

dello specchio al mattino

che non sai poi se è noia

o l’angoscia di un giorno

che vuol esser vissuto

 

-sarà forse che invecchio-

diceva un vecchio amico

lo stesso che diceva

-te sei sempre incazzato-

forse invecchio davvero

e scriverò di gente

che -ingigantisce- strano

stando -sul falsopiano-

 

fossi capace almeno

di far tre piegamenti

con le gambe a compasso

fingendo accoppiamenti

una sciarpa arancione

un pigiamino viola

avrei perso la faccia

conquistato i pistola..

 

ma forse mi verrà

di colpo un’intuizione

un rimaneggiamento

-La danza delle ore-

non sarò più incazzato

giovane no di certo

non dirò più che canto

andrò a fare un concerto..

 fa- diesis/sol/fa- diesis/mi/la/la/mi/la/mi/la/la7/re/la/mi/fa- diesis

 

Un treno (1980)

 

Il treno muove lento

stridendo di fatica

come un bruco impacciato

striscia per la città

da dietro i vetri sporchi

gli sguardi frastornati

ricercano abitudini

o una strada chissà

 

qualcosa da rimpiangere

qualcosa che confermi

che era valsa la pena

di aver vissuto là

 

e il treno si distende

ed è ormai la campagna

aperta come un limbo

di apatica irrealtà

e perfora la notte

succhiando la rotaia

trascinando occhi chiusi

e perdute castità

 

con l’alba sfiora il mare

non più il gelso ma il torto

tronco degli uliveti

allo sguardo si dà

 

con l’ultimo raschiante

urlo si ferma il treno

scendono qui le anime

di antiche povertà

è antica anche la polvere

che ricadendo lenta

copre valige nuove

e scarpe da città

re  fadiesis si-  sol  la  re  fa  si-  mi7  la  (ripete) mi  mi7  la  mi  mi7  la  la7  re  mi mi7  la