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Seventies d'autore:
Intervista a Claudio Lolli
di
Massimo Longo
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Due lunghe e amabili chiacchiere con
Claudio Lolli, tra tempo passato e tempo futuro passando per un
presente incerto e troppo inqualificabile. Ieri a Bari il cantautore ha
reso omaggio a Benedetto Petrone nel concerto organizzato in piazza
Prefettura dal comitato 28 novembre. |
Che insegnamenti le hanno lasciato gli anni 70? Ha rimpianti?
“Con molta passione, non credo sia giusto etichettarli come anni di piombo e
di violenza perché in realtà c’era una grande attenzione al sociale, al
mondo, un grande desiderio di esistere, di criticare, di ragionare, di
riflettere, non credo siano stati negativi. Non ho rimpianti, il rimpianto è
un sentimento che non mi piace, ho cercato di vivere in modo di non averne
mai. La situazione politica generale sembrava promettere qualcosa che non ha
mantenuto, ma non chiamiamolo rimpianto. Io quello che dovevo fare l’ho
fatto”.
Si possono definire anni di rivoluzione culturale portati avanti
da chi, forse, cercava di cambiare il mondo e all’interno dei quali,
inevitabilmente, si celavano frange di lotta armata?
“Si, 68-77 è stato l’unico decennio di rivoluzione culturale in Italia
seguito da una regressione, come dice Umbro Eco, A passo di Gambero. Stiamo
tornando indietro ma è stato un momento di grande desiderio di capire, di
criticare i valori a cui la nostra generazione era cresciuta come la
famiglia, la religione cattolica, la sopportazione all’autorità nella
scuola, la disciplina, il rapporto uomo-donna, le riunioni di autocoscienza
maschili. Io penso che siano stati degli anni importanti per il nostro
paese”.
Esiste, seconde lei, un comune denominatore tra quegli anni e
adesso? Differenze tra generazioni.
“No. Non so se la mia impressione è parziale, forse il mio osservatorio lo è
in quanto lavoro in un liceo quindi a contatto coi ragazzi, ma mi sembra che
queste tensioni verso l’apertura siano negate. Senza generalizzare, oggi i
ragazzi, almeno quelli che conosco io, non hanno grande percezione della
collettività, della politica, fanno della domande agghiaccianti. La nostra
era una generazione che voleva esplodere, loro stanno implodendo e questo ti
da una ragione dei suicidi adolescenziali che sono tantissimi. Sono ragazzi
a cui non manca nulla, stanno bene eppure stanno male, perché non
comunicano, non hanno la percezione di se, di una collettività tra di loro,
vivono in gruppetti di tre amici, a casa, oppure nelle grandi movide, sono
superficiali. Alla fine, poi, il non sentirsi mai, è qualche cosa che
diventa insopportabile, perché l’obbligo ad essere felici, belli, sani e
contenti è un obbligo pesantissimo perché, di fatto, nessuno di loro è
bello, felice e sano. Ma non lo ammetteranno mai”.
Perché secondo lei, una certa frangia giovanile si avvicina ai
vostri testi? Ce ne sono di giovani che vi seguono ai concerti, non solo
genitori.
“Non so, francamente, non so spiegarmelo, è un mistero. So che
molti studenti seguono Francesco (Guccini ndr) ai suoi concerti, so che è
molto amato, sono entusiasti, ma francamente non riesco a spiegarmelo.
Probabilmente perché ho pochi strumenti per valutarlo ma, credimi, mi sembra
così distante dal loro modo di vivere che davvero non so spiegarmelo”.
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Cosa ne pensa dei social network, delle chat? Che rapporto
hai col PC ed internet?
“Zero. Non li conosco, i miei figli hanno cercato 10 volte di
aprire un mio profilo su facebook ma non capisco di che si tratta. Una volta
un mio studente mi ha detto: “Professore, sa, sono diventato suo fan su
facebook”, ed io: “Grazie”. Son tornato a casa e ho detto a mio figlio
“prova ad aprirmi un po’ questa cosa qui”, lui mi ha compilato un
fogliettino con le indicazioni da seguire, coi numerini, ho provato a
seguirle, ma poi ho mandato tutto a quel paese. Non era per me (sorride, ndr).
Il rapporto col computer, invece, è molto sereno. Documenti, il foglio word
dove scrivo, la posta elettronica e, purtroppo, il sito della mia banca dove
entro per controllare il mio conto doloroso”.
Sempre convinto di aver scritto troppo frettolosamente
Borghesia?
“Beh, quando l’ho scritta andava bene così. Certo, c’era una sorta di
ottimismo, decisamente strano in me, rivelatosi poi fallace. Ma no, non è
stata assolutamente spazzata via, anzi. Ero sicuro che accadesse all’epoca,
sai, leggevo Marx, Hengel, e dicevo che non c’è futuro per questa classe
sociale. La prossima volta che scriverò una nuova Borghesia, starò più
attento”.
Molti ragazzi ci chiedono: quando un concerto o un disco con
Guccini?
“Io e Francesco abbiamo fatto qualcosa agli inizi. Negli anni 80 mi ha
chiamato a fare da spalla in qualche concerto. Al momento non è previsto ma,
in effetti pensandoci bene, credo che sarebbe molto divertente. Farei due
tre pezzi con lui prima di ogni concerto. Chissà”.
Conosceva la storia di Benedetto Petrone? Sa che ci son voluti 32
anni per intitolargli una strada? Probabilmente, solo ora, è tornato in
vita.
“Io posso capire che alcuni percepiscono una certa freddezza in
questo tipo di manifestazione nella ritualità che comportano, ma credo sia
una cosa molto importante. Intitolargli una strada lo ha restituito alla
vita ma soprattutto gli ha restituito la dignità, quantunque per noi l’ha
sempre avuta. Perché ci son voluti 32 anni? Siamo in Italia e, come diceva
Peppino, ho detto tutto”.
Rumore rosa, un’arpa eolica del mio dimenticare… ma come le è
venuto di scrivere questa cosa straordinaria?
“L’arpa eolica è una bellissima cosa dei romantici inglesi,
questa idea che la natura, il vento che produceva dei suoni, la voce della
natura che per loro era l’essenza della poesia è una cosa che mi ha sempre
affascinato sin da ragazzo e il “dimenticare” fa parte della natura e
produce dei suoni anche senza che lo si voglia e che lo si organizzi”.
Considerato il momento politico attuale che, però, si perpetua
da 15 anni, perché non torna a farsi sentire con nuove Borghesie?
“Dal punto di vista della produzione continuo a scrivere canzoni (La
scoperta dell’America, ndr), è che il potenziale di visibilità non dipende
da me. La voce continua, io pubblico pure anche se l’età incalza, ci vuole
solo qualcuno che ascolti e che assimili i miei messaggi che, sia pur in
contesti diversi, sono sempre gli stessi”.
Su gentile concessione dell'autore
Massimo Longo da
www.barilive.it
Alte
interviste a Claudio Lolli
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Benny, tra generazioni a confronto, Claudio Lolli e
una Taverna del Maltese
Articolo di Massimo Longo
E meno male che doveva cambiare l’Italia, sospinta dal
crollo di qualche muro, ed invece non solo non è cambiato nulla ma, anzi,
sembra essere peggiorata molto. Sono ormai anni che non cambia nulla, il
tempo sembra sospeso su uno scricchiolante ed immorale Cassandra Crossing,
tutto è rinchiuso in un sacco a pelo adagiato per terra, sotto un cielo
stellato - luna inclusa anche se, di questi tempi, un po’ troppo spesso
calante - in un camping degli anni 70 raggiunto il più delle volte
innalzando il pollice sulle strade, naturalmente in rigorosa e tenera
compagnia.
Musicalmente parlando era un periodo in cui la PFM, la Formula 3, i primi
Nomadi, i mitici Beatles e i primi vagiti di gruppi vagamente rock e pop,
si proponevano in alternativa al duo Mina & Battisti con l’ausilio di
qualche centolire da far ingoiare ai juke-box. Ed era un bel momento qui a
Bari. Le prime “ville”, a Santo Spirito o a Torre a Mare che pure un
semplice impiegato di banca poteva permettersi (sia pure a rate), una
leggendaria Italia Germania 4-3 in bianco e nero in TV diventata una sorta
di mantra calcistico su cui si sarebbero, col tempo, versati ettolitri di
inchiostro prima, e battiture su tastiere poi, le assemblee studentesche
al Flacco e, per dirla alla Venditti, i cineforum e i dibattiti mai
concessi allora e che invece ci concedevamo lo stesso, le eterne sfide al
campo Rossani tra Scacchi e Flacco, Platone e Aristotele da tradurre e
studiare, e un minuscolo giallognolo Pechenino da cui attingere i
paradigmi di latino, il tutto mentre Italo Florio ci drogava coi suoi
dribbling in un Della Vittoria i cui muri puzzavano di “piscio e cemento”
(stavolta mutuando De Andrè), e un’aquila veniva raffigurata con la
bomboletta spray sul muro sovrastante il Bar Esperia, aquila apparsa
damblè in una notte fredda d’inverno quasi a voler marcare un territorio,
succursale nera, di Poggiofranco. Insomma, non si
può dire che ci si annoiava all’epoca nonostante mancassero le chat che
solo danni psicologici son riuscite a fare e chissà quanti altri ne
faranno.
I primi nonni che ci raccontavano di una guerra “appena” terminata ci
lasciavano per sempre, noi che cominciavamo a sentirci grandi magari
all’ombra di qualche fratello appena più adulto che, grazie a quei 4-5
anni in più, ci aveva spianato la strada della rivoluzione culturale,
ascoltando Gaber, le Locomotive gucciniane, De Andrè, “le mani nere di
fumo ma bianche d’amore”, un Rimmel più o meno vero ma, ahinoi, contestato
al Supercinema di Bari ma sempre con tanti sorrisi. Ah, mala tempora
currunt…
Era l’epoca del doppiamente vigliacco assassinio (in quanto
poliomielitico) di Benedetto Petrone, accoltellato dalla solita
squadraccia missina dell’epoca che terrorizzava le strade indirizzandosi
verso chi, sia con convinzione che ingenuamente, sfilava nei cortei oltre
che per protestare per il termosifone non funzionante, anche per gridare
“Vallitutti boia” e che, a tempo perso, scriveva sui muri Kossiga
rigorosamente col K, il tutto mentre un certo Moro sentiva l’esigenza di
ascoltare Berlinguer.

Benedetto Petrone era un ragazzo comunista,
un sognatore che, come tanti, credeva di cambiare il mondo come noi,
magari suonando la chitarra, cosa che gli piaceva tanto.
Benedetto Petrone, come tanti, aveva lasciato gli studi per dare una mano
alla famiglia come sempre numerosa alla quale, piuttosto che aprire pagina
49 di latino e studiare la consecutio temporum, serviva portare un chilo
di pane a casa.
Benedetto Petrone era convinto di seminare quella squadraccia dileguandosi
nei vicoli di barivecchia quella sera del 28 novembre: si sbagliava, on ce
la fece a seguire i suoi compagni. Lo scrupolo della coscienza non avrebbe
dato scampo a chi gli aveva infilato quella maledetta lama nel costato.
Così come il tarlo del rimorso avrebbe corroso la mente e l’anima di chi
partecipò all’assassinio visto che, come per tanti delitti incompiuti,
ancora non si è fatta luce al cento per cento su Benny.
Per l’occasione ieri sera Claudio Lolli
accompagnato come al solito da Paolo Capodacqua,
chitarrista eccezionale, ci ha regalato un tuffo in quella sana nostalgia
che, almeno per noi, si tagliava a fette. Aveva promesso ai familiari di
Benny (a cui è stata intitolata - finalmente aggiungiamo dopo tante e
troppe giunte - una strada) di suonare i suoi mitici pezzi proprio perché
a lui piacevano molto i cantautori con la chitarra in mano.
Lolli, professore di italiano follemente perso tra
le sue atmosfere malinconiche ma, lontano dalla chitarra e dal suo
libro di testi con cui legge le sue canzoni, di una simpatia unica
soprattutto a tavola (abbiamo avuto la fortuna di suonare con lui, dopo la
performance, alcuni brani, ovviamente alla leggendaria sede della Taverna
del Maltese), nel 70 raccontava i disagi dell’epoca di un “Uomo in crisi”,
lo squallore quasi brechtiano di una vita vissuta ad ore e - a proposito
di drammi teatrali – rivisitava musicalmente Aspettando Godot, e
partoriva, forse troppo frettolosamente, Borghesia scuotendo i movimenti
di lotta tendenzialmente all’epoca studenteschi e di fabbrica, intuendo
quello che, qualche decennio più tardi, sarebbe avvenuto.
E solo dopo un paio d’anni, i mitici Zingari, all’epoca tremendamente e
invidiosamente Felici nel far l’amore, oggi purtroppo infelici e, forse,
senza il relativo stimolo, canzone questa che riuscì ad entrare di
prepotenza nel cuore della gente, di noi ex studenti, ma possiamo dire,
senza presunzione, anche di coloro che preferivano ascoltare i Bee Gees,
Donna Summer et similaria.
Crediamo che Lolli si possa tranquillamente
incastonare nel panorama della canzone politica degli anni 70, ancora oggi
terribilmente attuale oltre al fatto che i suoi
versi restano d’ufficio un simbolo di una generazione e soprattutto di
un’epoca come un’arpa eolica del suo dimenticare o, se preferite, come un
rumore rosa mai sbiadito ed anzi, in progress.
Vissuto in prima linea a Bologna in quegli anni, attivista del movimento,
ha cercato di prenderlo a pretesto per raccontare la sua vita e quella
dell’altra gente, Lolli ha proposto ieri sera, mentre la nostalgia si
tagliava a fette, alcuni brani assolutamente attuali, Amore ai tempi del
fascismo, Analfabetizzazione, e i mitici Zingari Felici.
Lolli è stato più volte a Bari negli ultimi dieci anni, all’Otium, in
oratori di chiese squallidamente moderne, passando per l’ultima esibizione
in piazza con il gruppo del Parto delle Nuvole Pesanti, guarda caso,
proprio in Piazza Prefettura a due passi dalla lapide di Benedetto Petrone
di cui, ricordiamo, lo stesso cantautore bolognese si stupì come mai una
piazza del genere fosse “ancora” intitolata ad una banale e provinciale
Prefettura.
La rivoluzione culturale degli anni 70 non autorizza
a vivere di nostalgia, c’è un futuro da cui difendersi e,
soprattutto, a cui adeguarsi. Lolli non è pentito di quello che ha
scritto, anzi, ne è convintissimo al punto che, abbiamo detto, molte sue
canzoni sono terribilmente attuali, così come, secondo Claudio, è una
bufala la storia per cui gli anni 70 vengono considerati sempre e solo
anni di piombo; è, per lui, una falsificazione storica. Che ci fosse un
attivismo diffuso non v’erano dubbi, così come, talvolta, si tracimò in
degenerazione ma quella era una generazione di eterni sognatori che
speravano e credevano di cambiare il mondo o, quanto meno, credevano di
rendersi disponibili nel tentare di cambiarlo. Si era idealmente
all’opposizione di tutto, anche degli innocui genitori o di candide nonne
pronte a versarci l’obolo settimanale, e proprio all’interno di queste
maglie contestatrici ci si poteva ritrovare di tutto, anche forme di lotte
armate, ma da qui a sostenere che gli anni 70 fossero solo anni di piombo
– secondo Lolli - è un clamoroso falso.
Del resto oggi è tutto diverso. Esiste una frangia maggioritaria di
giovani che prende le distanze dalla politica forse perché non attratti
dalla stessa - ma forse perché, più semplicemente, non la percepiscono - e
che, davanti ad un evento su cui discutere e dibattere, tendono a
prenderne le distanze, attratti dalle proposte idiote mediatiche e dalle
scommesse calcistiche, ormai unica fede in cui sperare, a Barreto, alle
transazioni societarie e alle trasferte del Bari piangendo, però, eterna
miseria, dallo squallore generale al gossip parlamentare, dalla “non”
etica alla moralità (anzi, all’immoralità) con cui poi si sentono
autorizzati a convivere, magari anteponendo un atto condannabile ad un
libro. E la storiella della ragazzina barese beccata, l’altro giorno, in
un negozio di Via Sparano a rubare un fermaglio per capelli ne è la
conferma. Una tentazione a cui non ha saputo resistere, figlia di una
devianza ma soprattutto del valore che, la ragazza, dà alla legalità, una
legalità sconfessata soprattutto da chi ci governa.
L’amore è una rivoluzione per Claudio Lolli e
la dimostrazione sta proprio in molte sue canzoni, dove amore fa rima con
rivoluzione e che continua a cantare visto anche l'imbarazzante momento
politico-culturale.
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